le strutture privare rette dagli oss

L’Operatore socio sanitario una professione invisibile fuori dal radar delle norme

Nel dibattito pubblico sulla sanità italiana il perimetro del Servizio sanitario nazionale viene spesso raccontato come se coincidesse esclusivamente con il settore pubblico. Questa narrazione, tuttavia, è parziale e fuorviante. I dati e l’esperienza quotidiana mostrano una realtà molto più ampia e strutturale: un ecosistema composto da sanità privata accreditata, socio-sanitario, RSA, cooperative e Terzo Settore che oggi sostiene una parte essenziale della continuità assistenziale del Paese.

All’interno di questo sistema opera una forza lavoro numericamente imponente e socialmente decisiva: gli Operatori Socio Sanitari. Complessivamente si tratta di oltre 250 mila oss, professionisti coinvolti nella filiera della cura, senza i quali sarebbe impossibile garantire l’assistenza alle persone fragili, la gestione delle cronicità e il funzionamento quotidiano delle strutture residenziali e territoriali. Eppure, questa componente fondamentale del welfare sanitario resta largamente invisibile, fuori dal radar delle norme, delle riforme e del riconoscimento istituzionale.

La sanità privata e accreditata, così come il socio-sanitario, si reggono spesso su personale a basso costo, sottoposto a carichi di lavoro elevati, con contratti frammentati e condizioni occupazionali che sfiorano il ricatto occupazionale. In molti contesti lo stipendio degli OSS è uno dei temi più critici, insieme alla totale assenza di reali percorsi di crescita professionale e di valorizzazione delle competenze acquisite sul campo.

La categoria vive oggi una fase di profonda confusione. Si parla di riforme, di cambiamenti epocali, di nuove figure e nuovi modelli organizzativi, ma nella pratica quotidiana gli OSS faticano ad arrivare a fine mese. Molti cercano il cosiddetto “posto fisso” come unica ancora di stabilità, mentre altri guardano a forme di lavoro più flessibili, capaci di offrire un equilibrio diverso tra vita e lavoro, anche attraverso esperienze di libera professione. Tuttavia, il sistema non accompagna queste trasformazioni.

Il paradosso è evidente: mentre la formazione degli OSS resta ancorata a un impianto del 2001, il DPCM del 28 febbraio 2025 modifica le competenze senza adeguare i percorsi formativi.  È una contraddizione che espone i lavoratori, indebolisce il sistema e mette a rischio la qualità e la sicurezza dell’assistenza.Questo immobilismo rappresenta un potente fattore di disincentivo per una categoria già logorata da precarietà, carichi assistenziali e mancanza di prospettive. In assenza di un riconoscimento giuridico e professionale chiaro, ogni ipotesi di evoluzione resta sulla carta.

Il paradosso è evidente: mentre il sistema va “a caccia” di OSS all’estero per colmare le carenze di personale, migliaia di operatori presenti sul territorio nazionale restano intrappolati in un limbo normativo e contrattuale. Ancora più grave è il cortocircuito rappresentativo: centinaia di migliaia di OSS risultano oggi rappresentati da ordini professionali che non appartengono alla loro categoria, anziché da una rappresentanza autonoma e specifica. Finché la sanità privata e socio-sanitaria continueranno a essere considerate una periferia del sistema, e gli OSS una manodopera invisibile, ogni riforma sarà incompleta. Rimettere al centro questa professione non è una concessione corporativa, ma una necessità strutturale per la tenuta futura del sistema di cura.

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